L'altra sera stavo cercando una maglia per andare a dormire. Una di quelle oversize in cui la manica cììorta ti arriva più o meno fino al gomito.
Tiro fuori quella verde e vedo la scritta "Sremcica". Sremcica è un paese in Serbia, a più o meno un'oretta di autobus da Belgrado, dove ho lavorato tre mesi durante il mio servizio civile. Stavo in un centro di salute mentale che ospitava trecento persone (duecento adulti e un centinaio di bambini). Non era la prima volta che mettevo quella maglia, e non so perchè proprio l'altra sera mi è tornata in mente una marea di ricordi che mi hanno fatto rabbrividire.
La maglia l'avevamo vinta quando avevamo partecipato ai giochi della gioventù per bambini "con bisogni speciali" come li chiamano in Serbia.
Avevo cominciato a lavorare lì da una settimana e mi sembrava di starci da sempre. Solitamente stavo nel laboratorio con le ragazze a fare cappellini all'uncinetto, a chiacchierare dei loro morosi...
Poi un giorno arriva nel laboratorio una bella donna, alta, bionda, seguita da una decina di bambini chiassosi. Era venuta a sapere che era arrivata l' "italiana che parlava serbo". Ero un vero fenomeno in quel centro. Quando arrivavo tutti quelli che stavano fuori mi correvano incontro per salutarmi: "Dobar dan Liljo" ("Buongiorno Lilja"). Sì, mi chiamavano "Lilja", avevano deciso che "Ilaria" era troppo complicato. C'era un ragazzo che mi chiamava addirittura "Italia".
E mi toccavano, mi accarezzavano i capelli, mi chiedevano di cantare...
E tra le varie richieste la dottoressa, la bella donna alta e bionda, seguita da bambini mi aveva chiesto di tradurle un libro per le tecniche di apprendimento. Ci siamo messe al lavoro. Ed è stato lì che per la prima volta mi sono accorta di lei. Non ero certa al 100% che fosse una lei. Era senza maglietta, con un paio di pantaloncini corti glialli, gli occhioni grandi, azzurri e i capelli corti. Ho incrociato il suo sguardo dolce. Ci siamo sorrise.
Mi si avvicina e comincia a cantarmi una canzoncina all'orecchio. Da quel giorno Tàmara è divetata la "mia bambina". Passavo i pomeriggi a tenerla in barccio, a farle le coccole, il solletico. Tutti mi dicevano di non toccarla perchè aveva i pidocchi. Poco me ne importava...
Un giorno poco prima di andare via mi chiede: " Mi porti a casa con te?". Non potevo, non volevo dirle uuna bugia. "Lo vorrei tanto, ma non posso". Silenzio. E poi: "Allora adottami".
L'avrei adottata, avevo deciso. Mi informo, ma Tàmara è una delle poche bambine del centro che ha ancora i genitori.
"Beh se vuoi ti puoi prendere qualcun' altro". Certo. Prendersi un bambino è come prendersi un vestito. "Quello rosa non è della tua taglia, ma quello nero, ti sta bene uguale".
E forse è quella una delle cose che mi hanno fatto più male. Lì i bambini non si toccavano perchè erano "sporchi". Li mettevano a tacere senza troppi complimenti. Erano senza genitori, senza soldi, senza possibilità di scelta, con la testolina malata. Eppure riuscivano ad essere così allegri, così spensierati, così "bambini"...
Orfeo era un fighetto, figlio di Eagro (re della Tracia) e della Musa Calliope da cui prese il dono della poesia. Il nostro Orfeo era un lirico, ma in fondo, in fondo al suo animo un inetto. Era come se avesse scambiato la perfezione artistica con la freddezza dell' animo. Ma Orfeo si innamora di Euridice, una bellissima ninfa. Lei credeva nella bontà del suo cuore. Gli ripeteva di continuo: "Sei una brava persona".
Questo amore così grande, così folle diede ad Orfeo l'illusione di essere diventato "uomo", uomo in carne ed ossa, capace di provare sentimenti veri, quelli che la perfezione della sua lira e dei suoi versi non riuscivano a cantare. Quando era con lei, Orfeo riusciva ad apparire diverso anche ai suoi stessi occhi.
E arriva il giorno del matrimonio. Il giorno della felicità assoluta. O almeno così avrebbe dovuto essere.
Euridice per fuggire dalle insidie del pastore Aristeo scappa nei campi e viene morsa a morte da un serpente.
Orfeo non si rassegna di averla persa e decide di scendere all'Ade a riprendere l'unica donna in grado di renderlo felice. Come sua unica difesa ha la lira e la sua voce, con cui ammansisce Caronte e Cerbero e tutti nell' Ade rimangono incantati dalla melodia... le Danaidi smettono di raccogiere l'acqua, Tantalo non soffre più la fame e la sete....E anche gli dei infernali, Ade e Persefone, alla dolcezza di quei suoni non gli seppero rifiutare la richiesta di riprendersi la sua sposa.
"Riprenderai la tua sposa- disse Persefone - ma non dovrai voltarti a gurdarla nella via di ritorno sulla terra".
E si incamminarono. Orfeo davanti ed Euridice dietro. Orfeo riusciva a percepirne il respiro, sentiva i suoi passi. Il cuore gli martellava nel petto: gli sarebbero bastate le forze per quell'ultima prova?
Procedono. Sente ancora i passi della sua sposa a volte più vicini, altre più lontani. E arrivano all'uscita.
Nessun rumore dietro di sè. "Euridice!" grida Orfeo voltandosi.
Dietro di lui nessuno.
Non ho intenzione di fare piagnistei o elogi funebri
E' morto Enzo Biagi. E se per caso leggete questo post, (anzi mi auguro che lo facciate anche senza leggerlo) dedicate un pensiero a lui.
Alla comunicazione libera. E a chi come lui l'ha sperimentata sulla popria pelle.